
Che ve ne rendiate conto o meno, lo smartphone è ormai il veicolo primario attraverso cui vengono veicolate, raccolte ed elaborate le nostre informazioni e, soprattutto, i nostri metadati.
Per riprendere il controllo sul mio dispositivo, da tempo ho scelto di utilizzare uno smartphone della linea Google Pixel su cui ho installato GrapheneOS — un sistema operativo orientato alla massima privacy e sicurezza, di cui vi parlerò in un articolo dedicato.
Tornando a noi: tra le varie applicazioni che popolano i nostri telefoni, WhatsApp è tra quelle che inviano la maggiore quantità di metadati a Meta, attingendo a piene mani dalle nostre abitudini per alimentare i propri modelli di business.
Per questo motivo ho deciso di fare il salto e sostituirlo con Signal.
Perché proprio Signal?
Ci sono diversi motivi tecnici ed etici dietro questa scelta:
Trasparenza e codice Open Source: A differenza di WhatsApp, che è un software proprietario e a codice chiuso (dove è impossibile sapere con certezza cosa faccia l'app in background o quali dati legga), Signal è completamente open source e verificabile (auditabile) da esperti e sviluppatori di tutto il mondo. Si sa esattamente cosa fa e come gestisce i dati.
Chi c'è dietro: Signal è gestito da una fondazione no-profit. Tra i suoi fondatori c'è Brian Acton, co-fondatore di WhatsApp, che lasciò Meta a seguito delle divergenti visioni sulla gestione della privacy degli utenti, rinunciando persino a una quota azionaria di centinaia di milioni di dollari pur di non scendere a compromessi.
In crittografia hanno fatto la storia: È vero che sia WhatsApp che Signal utilizzano la crittografia End-to-End (E2EE), ma vale la pena ricordare che è stata Signal ad inventare il protocollo di cifratura che la stessa WhatsApp ha successivamente licenziato e adottato.
La mia esperienza sul campo: vantaggi e piccoli compromessi
La transizione fuori da WhatsApp è stata quasi del tutto indolore. Ho avvisato i miei contatti con un ragionevole preavviso, spiegando le motivazioni del cambio.
Naturalmente qualche piccolo compromesso c'è stato: ho dovuto rinunciare alla partecipazione a qualche chat di gruppo secondaria o meno importante. Ma ne è valsa assolutamente la pena.
I risultati concreti non si sono fatti attendere. Sarà una coincidenza? Personalmente non credo: dopo l'abbandono di WhatsApp ho notato un crollo delle telefonate di telemarketing e call center nell'ordine dell'80-90%. Un segnale tangibile di quanto la profilazione incrociata dei dati incida sulla nostra quotidianità.
La sovranità digitale parte dalle nostre scelte
Il tema centrale non è solo "nascondere i messaggi", ma avere il controllo. Sapere quali metadati vengono trasmessi, a chi vengono inviati e per quali scopi.
La sovranità digitale non è un concetto astratto per pochi addetti ai lavori: parte proprio da qui, dalla consapevolezza di ciò che accade all'interno dei nostri dispositivi e dalla volontà di proteggere le nostre informazioni personali.
E voi, avete mai pensato di fare il passo verso Signal?